Donald Trump torna a mettere sotto pressione gli alleati europei della NATO e inaugura il vertice che ha preso il via oggi ad Ankara per riaprire due dossier che pesano sui rapporti transatlantici: il mancato sostegno europeo alla campagna militare americana contro l’Iran e la disputa sulla Groenlandia.

Durante l’incontro con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il presidente statunitense ha accusato diversi Paesi europei di essersi sottratti al sostegno di Washington nel confronto con Teheran. “Non siamo stati trattati bene perché abbiamo fatto qualcosa in Iran. Non abbiamo bisogno dell’aiuto di nessuno, non lo volevo neppure. Ma prima ancora che lo chiedessi, hanno detto che non ci sarebbero stati”, ha dichiarato, chiamando esplicitamente in causa Regno Unito, Italia, Francia e Germania.

Le capitali europee hanno cercato di evitare un coinvolgimento diretto nella guerra avviata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, pur mostrando disponibilità a contribuire alla sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz. Francia e Regno Unito stanno infatti lavorando a una missione marittima multinazionale con i Paesi del Golfo per garantire il transito delle navi nell’area, ma il progetto resta subordinato all’assenso di Teheran, che continua a opporsi a una presenza militare straniera nello stretto. L’Italia, invece, è ormai da un mese sotto pressione dell’inquilino della Casa Bianca, con la premier Giorgia Meloni, un tempo principale alleata di Trump in Europa, finita nel mirino del tycoon per la mancata concessioni delle basi italiane ai bombardieri USA impegnati nel conflitto con l’Iran.

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Trump ha poi rilanciato il contenzioso sulla Groenlandia, territorio autonomo del Regno di Danimarca, sostenendo che dovrebbe essere posto sotto controllo statunitense. “Dovrebbe essere controllata dagli Stati Uniti, non dalla Danimarca”, ha affermato. Secondo il presidente Usa, Copenhagen non investirebbe abbastanza nella sicurezza dell’isola, ritenuta strategica per la presenza di navi cinesi e russe nell’Artico. Già finita nel mirino del tycoon durante il suo primo mandato, nel gennaio scorso, la Groenlandia è finita nuovamente al centro di una querelle tra Washington e Copenaghen con Trump che aveva paventato anche di poter ricorrere alla forza per impadronirsi della strategica isola artica.

La Danimarca e altri otto alleati NATO hanno schierato forze per difendere il territorio. Trump ha reagito, minacciando una guerra commerciale contro l’UE, ma portando allo stesso tempo i politici europei a sospendere l’accordo commerciale UE-USA che era stato raggiunto nel luglio 2025 e a considerare l’imposizione di sanzioni agli Stati Uniti. Anche seguita di una forte opposizione bipartisan del Congresso statunitense, Il 21 gennaio, Trump ha invertito la rotta, escludendo prima l’uso della forza militare e poi abbandonando le minacce tariffarie dopo che i colloqui con il segretario generale della NATO Mark Rutte hanno raggiunto quello che Trump ha definito un “quadro di un futuro accordo”.

Parlando durante l’incontro con Erdogan, Trump ha legato apertamente la questione groenlandese ai suoi rapporti con l’Alleanza atlantica. “È questo che ha danneggiato il mio rapporto con la NATO”, ha detto, accusando la Danimarca di non contribuire adeguatamente alla protezione dell’isola nonostante le risorse spese dagli Stati Uniti per la sicurezza europea.

Alle parole di Trump ha replicato la premier danese Mette Frederiksen la quale ha ribadito  che la Groenlandia non è in vendita. “Lo abbiamo chiarito fin dall’inizio. I groenlandesi non vogliono far parte degli USA. Lo hanno chiarito anche loro”, ha sottolineato Frederiksen parlando ai giornalisti a margine del vertice di Ankara, auspicando che tutti gli alleati NATO rispettino la sovranità della Danimarca.

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Le dichiarazioni di Trump arrivano in un summit che, secondo El País, è stato organizzato con una formula volutamente ridotta e fortemente controllata per minimizzare il rischio di uno scontro aperto con Washington. I partner europei e il Canada hanno puntato a mostrare a Trump risultati tangibili: aumento della spesa militare, nuovi programmi di riarmo, contratti per l’industria della difesa e una dichiarazione finale essenziale, priva di formule potenzialmente irritanti per la Casa Bianca.

La logica è quella del trasferimento progressivo dell’onere della difesa dagli Stati Uniti agli alleati europei. Il segretario generale Rutte ha ricordato alla vigilia del summit che gli alleati europei e il Canada hanno aumentato significativamente gli investimenti militari, mentre Washington sta rivedendo la propria presenza in Europa e ha già annunciato riduzioni di forze e capacità strategiche.

[a cura di Simone Cantarini]

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